Cosa limita l’affermazione del fundraising nel settore dell’arte contemporanea?

E’ passato più di un mese dal primo Forum dell’arte contemporanea italiana, l’importante iniziativa voluta dal museo Pecci di Prato per fare il punto della situazione sull’arte contemporanea e i lavori vanno avanti, con proposte concrete e dibattiti. Per alimentare la discussione che si è aperta il 26 settembre riguardo al fundraising, racconterò nei prossimi post il mio intervento alla tavola rotonda “PER UNA CULTURA DEL FUNDRAISING”, coordinata da Elisa Bonini, che ringrazio per avermi invitata.

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Cosa limita l’affermazione del fundraising nel settore dell’arte contemporanea?

Negli ultimi anni l’arte contemporanea sta destando curiosità e le imprese iniziano a capirne le potenzialità come linguaggio di comunicazione.

Basta leggere i dati della Fondazione Altagamma: negli ultimi 5 anni le imprese socie di Altagamma hanno investito circa 75 milioni di euro in finanziamento di lavori di restauro e valorizzazione di beni del patrimonio artistico italiano, Fondazioni e Musei d’Impresa.
Illy, Prada, Trussardi, Nonnino, per fare qualche nome tra i più conosciuti, hanno adottato la Cultura come asset strategico della propria comunicazione.
E in particolare l’arte contemporanea, perché la missione delle Imprese dell’Alta Industria Creativa deve essere quella di sostenere la contemporaneità, poiché gli artisti interpretano e anticipano prima di altri lo spirito del tempo, e offrono stimoli preziosi per chi della creatività fa un’industria.

Questi dati, però, non devono trarre in inganno: le criticità in questo settore sono ancora tante e spesso limitano, per non dire bloccano, l’attività di fundraising.

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Innanzitutto manca il pubblico, ossia una domanda culturale massiccia che faccia crescere il settore. Questo impatta fortemente nella capacità di raccogliere fondi perché la scarsa conoscenza di questa arte, la non educazione al gusto contemporaneo spesso richiama agli eventi d’arte contemporanea solo nicchie di spettatori.
Per il finanziatore, quindi, queste iniziative non raggiungono un grande impatto sociale e non offrono sufficiente visibilità.
Il primo soggetto che farei salire sul banco degli imputati sono le organizzazioni che si occupano d’arte contemporanea, alle quali mi permetto di suggerire di mostrare maggior interesse ai pubblici destinatari degli eventi, verso cui ci dev’essere una vera disponibilità a comunicare.
E, parimenti, bisogna prestare molta attenzione ai desiderata degli imprenditori.
La seconda criticità che vedo in questo settore, infatti, è la chiusura degli imprenditori a questo mondo. Nonostante i dati sopra esposti, occorre ammettere che l’imprenditore medio ha difficoltà ad avvicinarsi in modo strategico all’arte contemporanea.
Alcuni semplicemente considerano rischioso il settore, in primis a causa del fatto che alcuni di loro non hanno un syllabus per capire quale artista possa essere considerato meritevole di investimento e quale no.
Chi invece desidera impegnarsi economicamente in progetti del contemporaneo, spesso lo vuole fare in prima persona.

Questo effetto nasce dal fatto che è difficile trovare organizzazioni culturali capaci di mettersi in discussione con l’obiettivo di sviluppare una relazione con interlocutori estranei al settore.
Mi spiego. Quando si afferma che occorre passare dalla ‘sponsorizzazione’ alle ‘partnership’, significa che l’operatore culturale deve accettare il principio che il progetto va condiviso, personalizzato accettando alcune delle istanze/esigenze proposte del partner (in questo caso finanziatore), programmato nei tempi corretti nell’ottica di intavolare un rapporto non occasionale, che conduca a una condivisione di valori.
In sintesi, entrambi i partner devono essere consapevoli che tutti possono trarre vantaggio da questo matrimonio. E, come in tutti i matrimoni, la relazione funziona solo quando entrambi accettano di fare un passo in direzione dell’altro.

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Il fundraising esiste!!!!

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Cronaca della giornata di mercoledì 28 settembre, quando ho sbuffato senza che nessuno mi sentisse.
Senato, Sala Zuccari. Sono alla presentazione di Upaperlacultura, il portale ideato da Utenti pubblicità associati (Upa) per promuovere il sostegno alla cultura. L’idea è quella di creare una piattaforma dove inserire progetti culturali da far sostenere alle imprese associate a UPA.

Al di là della novità o meno di questa tipologia di piattaforma, sono curiosa di capire come funzionerà veramente. A parte i proclami consueti in ogni presentazione, non mi è chiaro come le aziende sceglieranno i progetti. E, soprattutto, perché dovrebbero essere interessati proprio al mio.
Quando parlano gli operatori culturali, parlano bene: qualità, progetti, strategia, network. Parole che condiscono ogni intervento in materia culturale e che, vista anche la loro genericità, sfido chiunque a non essere d’accordo.

E ora?
Penso: “Dai, descrivete il modo con cui interpretate il fundraising.”
“Dai ditemelo! Perché non parlate di relazioni, perché non citate il piacere del dono?”
Mi aspetto qualcosa su noi, i fundraiser. Ma niente da fare.

La grande assente, il convitato di pietra è proprio lei: la parola fundraising.

Avrei voluto porre lì queste domande. Ma non c’è stata l’occasione (sic). Così le ho inviate via mail, vediamo se mi rispondono.

Nel frattempo torno a casa e penso a quanto sia ancora lunga la strada che il fundraising – e i fundraiser – deve intraprendere per farsi capire dal settore culturale.
Uff!

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È nata una Stella/3

Il contributo di un mecenate per realizzare il DVD

Fase uno, conclusa. Fase due, obiettivo raggiunto. Tra il 2012 e il 2014, i professionisti della Mason Perkins Deafness Fund, avevano adattato una favola per renderla accessibile ai bimbi sordi, l’avevano illustrata e stampata. L’attività di fund raising aveva raccolto sufficienti fondi per completare queste azioni e, parallelamente e senza costi aggiuntivi, aveva realizzato una campagna di sensibilizzazione su questi temi rivolta ai cittadini di Siena e ai migliaia di turisti che visitano la città.
È il momento di un passo ulteriore, di spingersi un po’ più in là.

Terza fase: il dvd di stella
Stella, la favola di questa ragazzina innamorata e curiosa con la coda di sirena, aveva in sé le potenzialità per diventare qualcosa di più che un volume da leggere. Aveva le carte in regola per diventare una storia da guardare.
Nella terza fase è stata, quindi, si è voluto realizzare il DVD con la fiaba narrata in Lingua Italiana dei Segni.

Lato fund raising, la strategia mirava a ottenere una cifra che consentisse di coprire con certezza tutte le spese della realizzazione del DVD.

Copertina del DVD

Copertina del DVD

La scelta fatta è stata di coinvolgere un mecenate, poiché l’obiettivo di realizzare un prodotto tangibile poteva dare visibilità al suo sostegno. La ricerca quindi si è indirizzata nell’individuare quelli che, nella propria mission, dichiaravano di voler sostenere iniziative sociali.
E così, grazie al supporto del Rotary Club Siena est è stato possibile realizzare anche il DVD di Stella.

Ora si dovrebbe trovare un canale di distribuzione e chissà non nasca una quarta fase sostenuta da qualche editore non sordo ai progetti innovativi e socialmente utili.

È nata una Stella/2

La raccolta fondi sfrutta l’impatto emotivo del progetto

La prima fase del progetto si era conclusa con un successo. Grazie al finanziamento raccolto e alle capacità dei professionisti della Mason Perkins Deafness Fund, la favola de “La Sirenetta”, la cui trama ruota attorno al suono della voce, poteva allietare anche i bimbi sordi.

Copertina di Stella, la favola ideata per essere accessibile ai bimbi sordi, ma affascinante anche per i bimbi udenti

Copertina di Stella, la favola ideata come accessibile ai bimbi sordi, ma perfetta per i bimbi udenti

A partire dal lavoro di adattamento, poi, si è lavorato per realizzare una favola completamente nuova, accessibile e godibile da tutti fin dalla prima stesura.
L’obiettivo è divenuto, quindi, quello di passare dallo script alla messa in pagina della nuova favola: illustrarla e pubblicarla per renderla accessibile, oltre che ai sordi, anche ai piccoli lettori udenti.

Seconda fase: MangiaFavole
Per illustrare, stampare e distribuire la favola era sufficiente raccogliere un budget iniziale limitato. Inoltre, se la cifra raccolta fosse risultata superiore ai bisogni minimi, era possibile aumentare la tiratura.

Lato fund raising si è scelto di guardare alla comunità senese, dove ha sede la onlus, sfruttando il forte impatto sociale ed emotivo che il progetto aveva in sé.

Nasce così MangiaFavole, un’iniziativa di fund raising radicata sul territorio che ha coinvolto 10 ristoratori della città di Siena che, nel mese di maggio 2014, hanno donato parte dell’incasso facendo nascere Stella.

MangiaFavole

L’operazione, com’era nelle attese, ha raggiunto l’obiettivo di raccolta fondi, ma si è rivelata anche una splendida azione di comunicazione e di accreditamento. Infatti, coinvolgendo gli esercizi commerciali della città si è dato visibilità all’attività della onlus e si sono sensibilizzati sulla questione sorda sia i ristoratori che hanno aderito, sia i cittadini-clienti che i molti turisti in visita a Siena.

Una pubblicazione testimonia il risultato di questa fase, dando concretezza agli sforzi di chi ha offerto il proprio contributo. Si può procedere con la terza fase: il DVD.

È nata una Stella/1

 Un racconto accessibile ai bimbi sordi, nato grazie a un progetto e un funding mix mirato

Vi voglio raccontare la favola di un amore romantico e di una ragazzina curiosa con la coda di sirena. Una storia che ho visto nascere, crescere e svilupparsi in veste di fund raiser della Mason Perkins Deafness Fund, onlus senese che si dedica allo sviluppo del potenziale dei bambini sordi.
Un racconto accessibile ai bimbi sordi, ma non solo, dietro al quale si cela l’esperienza di un progetto abbinato a un funding mix mirato e riuscito che hanno permesso a Stella, la protagonista, di prendere vita, di essere conosciuta e anche desiderata.

L’idea iniziale
I professionisti che collaborano con la Mason Perkins Deafness Fund si erano resi conto che in Italia mancano strumenti culturali e didattici progettati specificamente per le persone sorde. Da qui l’idea di creare delle favole adattate linguisticamente e culturalmente alle necessità dei bambini sordi svolgendo un progetto che è stato pensato fin dall’inizio con uno sguardo rivolto anche all’attività di raccolta fondi.
E, per questo motivo, è stato suddiviso in tre stadi con due caratteristiche specifiche: ogni fase doveva essere un mini-progetto con un risultato conclusivo; ogni fase doveva accrescere e ampliare il risultato della precedente.

Prima fase: insegnare le favole
Il progetto prende avvio nel 2012 con il progetto InSegnare le Favole, in cui è stata rielaborata e adattata una favola tradizionale considerando il punto di vista linguistico e culturale della comunità sorda.

Lato fund raising ho lavorato individuando un bando e scrivendo il progetto.

Una strategia scelta perché ben si adattava ai bisogni di una onlus in cerca di un finanziamento che desse la certezza di riuscire a completare la realizzazione dello story board del primo video in LIS – Lingua Italiana dei Segni.
Così, nel 2013, grazie al finanziamento della fondazione Banca Nazionale delle Comunicazioni, storyteller sordi, interpreti e assistenti alla comunicazione hanno riscritto la Sirenetta, “traducendola” in un video accessibile ai bambini sordi.

La sirenetta“, favola in Lis realizzata con “InSegnare le favole“, dopo il lavoro di adattamento linguistico e culturale per una piena accessibilità della favole ad un pubblico sordo.

Questa fase ha conseguito il primo risultato, e la prima azione di raccolta fondi ha avuto esito positivo. Ora avanti con la seconda fase: MangiaFavole.

Fatti non foste per scrivere di fuffa

Durante i corsi di formazione che tengo, un concetto che ripeto in continuazione ai corsisti è: “non scrivete progetti pieni di fuffa”.

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L’esperienza mi ha insegnato che non vale la pena di perdere tempo a lavorare su progetti astratti e vaghi, che non si sa come potranno essere realizzati e quale futuro potranno avere. Insomma progetti pieni di fuffa.
Quindi: siate pragmatici, chiari e precisi e lavorate su un’idea pensando a come potrà essere realizzata concretamente.
E poi diciamolo: il lavoro del progettista è già di per sé frustante perché anche progetti buoni su cui lavoriamo non sempre vengono finanziati. Se poi investiamo energie su idee nemmeno fattibili, ecco che la nostra motivazione cade sotto i piedi.

Questa lunga premessa per raccontare un progetto che sta prendendo forma, e nel passaggio tra la teoria (del formulario) e la realtà (della realizzazione) sta dimostrando potenzialità inattese.

Verona - JR Circus 2015Siamo, infatti, ormai prossimi alla Prima dello spettacolo La rosa e la spina, rivisitazione in chiave circense di Romeo e Giulietta di William Shakespeare nell’ambito del progetto europeo JR Circus. A partire dall’approvazione del progetto tra quelli finanziati da Europa Creativa, tutti i partner sono stati impegnati per far sì che l’idea iniziale potesse vedere la luce. E l’iniziativa si è rivelata un fiume in piena: adolescenti eccitati, insegnanti appassionati, artisti protagonisti della scena internazionale tutti coinvolti per dare vita a uno show contemporaneo e innovativo.

Altro che frustrazione!
Quando ho visto il video del progetto, ho toccato con mano il valore della professionalità, così come ho visualizzato le difficoltà organizzative che impone il lavorare a livello europeo.
Ma, soprattutto, ho sentito il piacere del mio lavoro, che non è semplicemente scrivere progetti “apri e chiudi” ma è innamorarsi di un’idea e desiderare ardentemente di vederla realizzata.

Studenti e acrobati: la scuola dove nasce il futuro del circo

A Verona c’è una scuola speciale che in pochi conoscono. Una scuola dove la mattina si studia e il pomeriggio si vola sul trapezio, dove si fanno i compiti e si impara a giocolare. Una scuola che forma la mente e lo spirito ma anche le braccia e la gambe.

È l’Accademia d’Arte Circense, una scuola/convitto per ragazzi dagli 8 ai 16 anni che rispetto a tutte le altre scuole fa una cosa in più: trasmette il sapere artistico ai “figli del circo” (e non soltanto a loro).

La cultura del circo si basa sulla famiglia e sul lavoro ma soprattutto sulla trasmissione di padre in figlio dell’amore per quel lavoro oltre che delle abilità e della disciplina che esso richiede. Il progetto dell’Accademia nasce dal riconoscimento di questa cultura e ai giovani allievi offre non soltanto una casa ma anche l’opportunità di diventare artisti senza rinunciare agli studi e di poter, al termine del percorso, lavorare nel circo di famiglia, oppure intraprendere una carriera da artista free lance.

La scolarizzazione dei ragazzi del circo. Se quello che occorre per lavorare in futuro nel circo si apprende dai padri o dalle madri, lo studio scolastico non sarà necessario; d’altro canto, il carattere itinerante del lavoro rende difficile frequentare una scuola. Per questi motivi la scolarizzazione dei ragazzi che appartengono a comunità circensi è problematica. Ed il problema è riconosciuto a livello europeo.

Ivan e Adans Peres, dall’Accademia ai circhi e ai varietà di tutto il mondo

Ivan e Adans Peres, dall’Accademia ai circhi e ai varietà di tutto il mondo

Nel 1989, in una sua risoluzione il Consiglio Europeo invitò gli Stati Membri a eliminare gli ostacoli che frenano l’accesso alla scuola dei figli di coloro che esercitano professioni itineranti.

Nel 1996 la Commissione presentò una relazione sull’applicazione di tale risoluzione, e sulla situazione generale, nella quale si faceva specifico riferimento alle comunità circensi nell’Unione Europea e ai crescenti problemi connessi all’istruzione e alla formazione dei bambini appartenenti a quelle comunità.

Però ancora oggi non esiste una legislazione europea che regoli la scolarizzazione dei circensi né gli Stati Membri cooperano per assicurare un livello minimo di istruzione ai ragazzi del circo, indipendentemente dal loro paese di origine.

In mancanza di un programma d’azione integrato, i circhi si sono auto-organizzati per permettere ai giovani futuri circensi di formarsi come artisti e di acquisire le conoscenze e le competenze minime per non essere esclusi da una futura vita stanziale.

Da questa auto-organizzazione è nato il modello dell’Accademia d’Arte Circense di Verona, che integra scuola, convitto e palestra, rispondendo alle necessità di un mercato del lavoro così peculiare. La quasi totalità dei ragazzi che la frequentano hanno il lavoro già assicurato all’interno del circo di famiglia, spesso resta da scegliere soltanto il percorso artistico da intraprendere.

I figli di direttori di circo, ad esempio, preferiranno formarsi in diverse discipline, per poter presentare più numeri nel circo di proprietà, anche a discapito della qualità tecnica. Chi invece vorrà diventare artista freelance, si specializzerà in un’unica disciplina per raggiungere l’eccellenza tecnica.

La scuola al primo posto. La crescita didattica dei ragazzi non è solamente un diritto, ma anche un’opportunità per garantire un ricambio generazionale competente e preparato: proprio per questo ai ragazzi iscritti all’Accademia di Verona viene richiesto di conseguire il diploma di scuola superiore.

Grazie a grandi maestri nella disciplina del contorsionismo (come Fatima Zora) l’Accademia ha “sfornato” bravissimi allievi: nella foto Sue Ellen Roccuzzo

Grazie a grandi maestri nella disciplina del contorsionismo (come Fatima Zora) l’Accademia ha “sfornato” bravissimi allievi: nella foto Sue Ellen Roccuzzo

Le loro giornate sono molto impegnative: la mattina frequentano le scuole cittadine, mentre il pomeriggio è dedicato ai compiti e ai corsi di circo. Il modello educativo adottato è il risultato di una lunga sperimentazione. Innanzitutto si è scelto di far frequentare ai ragazzi le scuole del territorio, anziché organizzare una propria attività didattica, per facilitare lo scambio con i coetanei, per rafforzare il senso di cittadinanza e, più in generale, per consentire l’arricchimento culturale che deriva dall’inserimento in un contesto sociale esterno al mondo circense.

La seconda peculiarità dell’Accademia consiste nella presenza di tutor didattici che seguono gli studenti nello svolgimento dei loro compiti e li aiutano a ottenere buoni risultati nel poco tempo che possono dedicare allo studio. Tipicamente i ragazzi sono impegnati ogni giorno per circa 3 ore e mezzo negli allenamenti e nelle prove e hanno solo 2 ore per studiare.

Questo format a doppio binario, unico in Europa, è molto impegnativo ma funziona. Lo testimonia il fatto che i giovani circensi, provenienti da tutto il mondo, che vorrebbero iscriversi sono molto più numerosi dei 30 posti disponibili nel convitto.

Lo testimonia anche, e soprattutto, la qualità artistica di coloro che si diplomano all’Accademia (siano figli di circensi oppure no) che, grazie ad essa, trovano lavoro nei più importanti circhi internazionali.

Il circo, parte integrante della cultura europea. L’ultimo documento ufficiale in cui si parla di tutela del circo inteso come parte integrante della cultura europea è del 2005, anno della relazione di Doris Pack al Parlamento europeo. Il valore del circo nelle sue dimensioni culturali, educative e sociali è però certamente riconosciuto, visti i numerosi progetti finanziati dalla Commissione Europea in questi ultimi anni all’interno dei programmi Long Life Learning e Cultura prima, Erasmus Plus e Europa Creativa, oggi.

Il più recente esempio in tal senso, che riguarda da vicino proprio l’Italia, è JR Circus, finanziato nel 2014 dal programma Europa Creativa. Si tratta di un progetto di cooperazione internazionale che metterà in scena la storia di Giulietta e Romeo attraverso le arti circensi, avvalendosi di un gruppo di artisti junior dai 16 ai 18 anni.

In questo progetto l’Accademia d’Arte Circense è direttamente coinvolta, avendo aderito all’idea promossa da Circo e Dintorni ed essendo entrata a far parte della rete che riunisce Fondazione Parada, SeaChange e l’Associazione Europea di Circhi, creata per l’occasione.

Questo spettacolo, secondo gli ideatori, farà appassionare gli adolescenti europei al linguaggio del circo, attraverso il racconto della storia di due altri famosi adolescenti veronesi: Giulietta e Romeo. Uno spettacolo che trasmette un forte messaggio di solidarietà e che rappresenta, per i giovani artisti circensi, anche una splendida opportunità di lavoro di altissima qualità.

Iniziative come questa per gli esordienti – come, appunto, gli studenti dell’Accademia – sono il primo passo di un percorso di crescita artistica e professionale.

Performing circus. Il mondo circense del futuro non potrà accontentarsi di avere ragazzi scolarizzati e preparati tecnicamente. Le performance che il pubblico chiede devono essere non soltanto spettacolari e ben eseguite, ma anche sceneggiate e narrate con attenzione e competenza. Ai futuri atleti circensi si chiederà sempre più di essere artisti, coniugando le tradizionali performance con le arti performative contigue al mondo del circo, quali il teatro e la danza.

Per questo motivo l’accesso ai fondi europei e lo sviluppo di reti internazionali sono indispensabili perché un’istituzione così peculiare quale è l’Accademia d’Arte Circense diventi sempre più un luogo dal quale si esce non soltanto ben preparati sotto l’aspetto tecnico ma anche, e soprattutto, pienamente formati come personalità artistiche, aperte al mondo delle performing arts. Il circo potrà, così, disporre dei talenti che assicureranno il suo futuro e che rinnoveranno la sua immagine, allontanandola dallo stereotipo del tendone a strisce.

 

Articolo pubblicato su “Etica & Economia” il 16 febbraio 2015