Di cosa ha bisogno l’arte contemporanea per crescere, e con essa la cultura del fundraising?

Due filoni, a mio avviso, sono da esplorare.

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Per il fundraising, e non solo, è necessario investire nell’educazione, intesa non come didattica ma come crescita del proprio pubblico.
In Italia quando si parla di educazione del pubblico si pensa a corsi, programmi didattici, ecc. Io, invece, lo interpreto con l’aprire gli istituti culturali, i musei così da coinvolgere più persone possibili, con l’andare a parlare con le comunità affinché diventino i primi ambasciatori dell’arte contemporanea.
In seconda battuta si può pensare ai programmi di membership e alle campagne associative, che in Italia per l’appunto si trovano ancora a uno stadio germinale.
Perché a mio avviso è evidente: solo se si costruiscono relazioni forti con la comunità, questa si trasformerà in un esercito di donatori disposto a difendere la nostra organizzazione culturale.

Il secondo filone su cui investire è quello del rapporto tra l’arte contemporanea e il mondo imprenditoriale, così da sviluppare tutte le potenzialità per diventare proficuo e interessante, anche economicamente.
Penso alla possibilità di organizzare tavoli di progettazione con le imprese, dove ci si siede insieme per co-progettare iniziative d’eccellenza che vadano incontro anche ai loro bisogni. L’Imprenditore deve essere considerato come alleato per creare catene di valore. Anche quando non è un esperto di arte contemporanea!
Molti parlano di introdurre una nuova figura: il mediatore. Io non credo sia sostenibile.
Le organizzazioni culturali, invece, dovrebbero imparare a raccogliere gli spunti provenienti dal mondo delle imprese per diventare anche (non solo, ovviamente) dei fornitori di progetti di valore.
Sarà interessante vedere come funzionerà il portale upaperlacultura.org/ in cui dovrebbero confluire le proposte di soprintendenze, musei, parchi archeologici, teatri per attrarre investimenti in Cultura.

Il futuro, a me pare piuttosto ovvio, è che si debba rendere sistemica e strutturale l’alleanza tra impresa e Cultura. Per il presente, invece, mi parrebbe interessante ascoltare i pareri delle istituzioni, per esempio Confindustria, per capire se da parte loro c’è davvero la voglia di aprire nuovi scenari nel rapporto tra Cultura e Impresa.
Riflessioni esposte alla tavola rotonda “Per una cultura del fundraising”, durante il Forum dell’Arte Contemporanea Italiana organizzato dal museo Pecci di Prato.

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Cosa limita l’affermazione del fundraising nel settore dell’arte contemporanea?

E’ passato più di un mese dal primo Forum dell’arte contemporanea italiana, l’importante iniziativa voluta dal museo Pecci di Prato per fare il punto della situazione sull’arte contemporanea e i lavori vanno avanti, con proposte concrete e dibattiti. Per alimentare la discussione che si è aperta il 26 settembre riguardo al fundraising, racconterò nei prossimi post il mio intervento alla tavola rotonda “PER UNA CULTURA DEL FUNDRAISING”, coordinata da Elisa Bonini, che ringrazio per avermi invitata.

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Cosa limita l’affermazione del fundraising nel settore dell’arte contemporanea?

Negli ultimi anni l’arte contemporanea sta destando curiosità e le imprese iniziano a capirne le potenzialità come linguaggio di comunicazione.

Basta leggere i dati della Fondazione Altagamma: negli ultimi 5 anni le imprese socie di Altagamma hanno investito circa 75 milioni di euro in finanziamento di lavori di restauro e valorizzazione di beni del patrimonio artistico italiano, Fondazioni e Musei d’Impresa.
Illy, Prada, Trussardi, Nonnino, per fare qualche nome tra i più conosciuti, hanno adottato la Cultura come asset strategico della propria comunicazione.
E in particolare l’arte contemporanea, perché la missione delle Imprese dell’Alta Industria Creativa deve essere quella di sostenere la contemporaneità, poiché gli artisti interpretano e anticipano prima di altri lo spirito del tempo, e offrono stimoli preziosi per chi della creatività fa un’industria.

Questi dati, però, non devono trarre in inganno: le criticità in questo settore sono ancora tante e spesso limitano, per non dire bloccano, l’attività di fundraising.

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Innanzitutto manca il pubblico, ossia una domanda culturale massiccia che faccia crescere il settore. Questo impatta fortemente nella capacità di raccogliere fondi perché la scarsa conoscenza di questa arte, la non educazione al gusto contemporaneo spesso richiama agli eventi d’arte contemporanea solo nicchie di spettatori.
Per il finanziatore, quindi, queste iniziative non raggiungono un grande impatto sociale e non offrono sufficiente visibilità.
Il primo soggetto che farei salire sul banco degli imputati sono le organizzazioni che si occupano d’arte contemporanea, alle quali mi permetto di suggerire di mostrare maggior interesse ai pubblici destinatari degli eventi, verso cui ci dev’essere una vera disponibilità a comunicare.
E, parimenti, bisogna prestare molta attenzione ai desiderata degli imprenditori.
La seconda criticità che vedo in questo settore, infatti, è la chiusura degli imprenditori a questo mondo. Nonostante i dati sopra esposti, occorre ammettere che l’imprenditore medio ha difficoltà ad avvicinarsi in modo strategico all’arte contemporanea.
Alcuni semplicemente considerano rischioso il settore, in primis a causa del fatto che alcuni di loro non hanno un syllabus per capire quale artista possa essere considerato meritevole di investimento e quale no.
Chi invece desidera impegnarsi economicamente in progetti del contemporaneo, spesso lo vuole fare in prima persona.

Questo effetto nasce dal fatto che è difficile trovare organizzazioni culturali capaci di mettersi in discussione con l’obiettivo di sviluppare una relazione con interlocutori estranei al settore.
Mi spiego. Quando si afferma che occorre passare dalla ‘sponsorizzazione’ alle ‘partnership’, significa che l’operatore culturale deve accettare il principio che il progetto va condiviso, personalizzato accettando alcune delle istanze/esigenze proposte del partner (in questo caso finanziatore), programmato nei tempi corretti nell’ottica di intavolare un rapporto non occasionale, che conduca a una condivisione di valori.
In sintesi, entrambi i partner devono essere consapevoli che tutti possono trarre vantaggio da questo matrimonio. E, come in tutti i matrimoni, la relazione funziona solo quando entrambi accettano di fare un passo in direzione dell’altro.

Il fundraising esiste!!!!

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Cronaca della giornata di mercoledì 28 settembre, quando ho sbuffato senza che nessuno mi sentisse.
Senato, Sala Zuccari. Sono alla presentazione di Upaperlacultura, il portale ideato da Utenti pubblicità associati (Upa) per promuovere il sostegno alla cultura. L’idea è quella di creare una piattaforma dove inserire progetti culturali da far sostenere alle imprese associate a UPA.

Al di là della novità o meno di questa tipologia di piattaforma, sono curiosa di capire come funzionerà veramente. A parte i proclami consueti in ogni presentazione, non mi è chiaro come le aziende sceglieranno i progetti. E, soprattutto, perché dovrebbero essere interessati proprio al mio.
Quando parlano gli operatori culturali, parlano bene: qualità, progetti, strategia, network. Parole che condiscono ogni intervento in materia culturale e che, vista anche la loro genericità, sfido chiunque a non essere d’accordo.

E ora?
Penso: “Dai, descrivete il modo con cui interpretate il fundraising.”
“Dai ditemelo! Perché non parlate di relazioni, perché non citate il piacere del dono?”
Mi aspetto qualcosa su noi, i fundraiser. Ma niente da fare.

La grande assente, il convitato di pietra è proprio lei: la parola fundraising.

Avrei voluto porre lì queste domande. Ma non c’è stata l’occasione (sic). Così le ho inviate via mail, vediamo se mi rispondono.

Nel frattempo torno a casa e penso a quanto sia ancora lunga la strada che il fundraising – e i fundraiser – deve intraprendere per farsi capire dal settore culturale.
Uff!

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È nata una Stella/3

Il contributo di un mecenate per realizzare il DVD

Fase uno, conclusa. Fase due, obiettivo raggiunto. Tra il 2012 e il 2014, i professionisti della Mason Perkins Deafness Fund, avevano adattato una favola per renderla accessibile ai bimbi sordi, l’avevano illustrata e stampata. L’attività di fund raising aveva raccolto sufficienti fondi per completare queste azioni e, parallelamente e senza costi aggiuntivi, aveva realizzato una campagna di sensibilizzazione su questi temi rivolta ai cittadini di Siena e ai migliaia di turisti che visitano la città.
È il momento di un passo ulteriore, di spingersi un po’ più in là.

Terza fase: il dvd di stella
Stella, la favola di questa ragazzina innamorata e curiosa con la coda di sirena, aveva in sé le potenzialità per diventare qualcosa di più che un volume da leggere. Aveva le carte in regola per diventare una storia da guardare.
Nella terza fase è stata, quindi, si è voluto realizzare il DVD con la fiaba narrata in Lingua Italiana dei Segni.

Lato fund raising, la strategia mirava a ottenere una cifra che consentisse di coprire con certezza tutte le spese della realizzazione del DVD.

Copertina del DVD

Copertina del DVD

La scelta fatta è stata di coinvolgere un mecenate, poiché l’obiettivo di realizzare un prodotto tangibile poteva dare visibilità al suo sostegno. La ricerca quindi si è indirizzata nell’individuare quelli che, nella propria mission, dichiaravano di voler sostenere iniziative sociali.
E così, grazie al supporto del Rotary Club Siena est è stato possibile realizzare anche il DVD di Stella.

Ora si dovrebbe trovare un canale di distribuzione e chissà non nasca una quarta fase sostenuta da qualche editore non sordo ai progetti innovativi e socialmente utili.

È nata una Stella/2

La raccolta fondi sfrutta l’impatto emotivo del progetto

La prima fase del progetto si era conclusa con un successo. Grazie al finanziamento raccolto e alle capacità dei professionisti della Mason Perkins Deafness Fund, la favola de “La Sirenetta”, la cui trama ruota attorno al suono della voce, poteva allietare anche i bimbi sordi.

Copertina di Stella, la favola ideata per essere accessibile ai bimbi sordi, ma affascinante anche per i bimbi udenti

Copertina di Stella, la favola ideata come accessibile ai bimbi sordi, ma perfetta per i bimbi udenti

A partire dal lavoro di adattamento, poi, si è lavorato per realizzare una favola completamente nuova, accessibile e godibile da tutti fin dalla prima stesura.
L’obiettivo è divenuto, quindi, quello di passare dallo script alla messa in pagina della nuova favola: illustrarla e pubblicarla per renderla accessibile, oltre che ai sordi, anche ai piccoli lettori udenti.

Seconda fase: MangiaFavole
Per illustrare, stampare e distribuire la favola era sufficiente raccogliere un budget iniziale limitato. Inoltre, se la cifra raccolta fosse risultata superiore ai bisogni minimi, era possibile aumentare la tiratura.

Lato fund raising si è scelto di guardare alla comunità senese, dove ha sede la onlus, sfruttando il forte impatto sociale ed emotivo che il progetto aveva in sé.

Nasce così MangiaFavole, un’iniziativa di fund raising radicata sul territorio che ha coinvolto 10 ristoratori della città di Siena che, nel mese di maggio 2014, hanno donato parte dell’incasso facendo nascere Stella.

MangiaFavole

L’operazione, com’era nelle attese, ha raggiunto l’obiettivo di raccolta fondi, ma si è rivelata anche una splendida azione di comunicazione e di accreditamento. Infatti, coinvolgendo gli esercizi commerciali della città si è dato visibilità all’attività della onlus e si sono sensibilizzati sulla questione sorda sia i ristoratori che hanno aderito, sia i cittadini-clienti che i molti turisti in visita a Siena.

Una pubblicazione testimonia il risultato di questa fase, dando concretezza agli sforzi di chi ha offerto il proprio contributo. Si può procedere con la terza fase: il DVD.

È nata una Stella/1

 Un racconto accessibile ai bimbi sordi, nato grazie a un progetto e un funding mix mirato

Vi voglio raccontare la favola di un amore romantico e di una ragazzina curiosa con la coda di sirena. Una storia che ho visto nascere, crescere e svilupparsi in veste di fund raiser della Mason Perkins Deafness Fund, onlus senese che si dedica allo sviluppo del potenziale dei bambini sordi.
Un racconto accessibile ai bimbi sordi, ma non solo, dietro al quale si cela l’esperienza di un progetto abbinato a un funding mix mirato e riuscito che hanno permesso a Stella, la protagonista, di prendere vita, di essere conosciuta e anche desiderata.

L’idea iniziale
I professionisti che collaborano con la Mason Perkins Deafness Fund si erano resi conto che in Italia mancano strumenti culturali e didattici progettati specificamente per le persone sorde. Da qui l’idea di creare delle favole adattate linguisticamente e culturalmente alle necessità dei bambini sordi svolgendo un progetto che è stato pensato fin dall’inizio con uno sguardo rivolto anche all’attività di raccolta fondi.
E, per questo motivo, è stato suddiviso in tre stadi con due caratteristiche specifiche: ogni fase doveva essere un mini-progetto con un risultato conclusivo; ogni fase doveva accrescere e ampliare il risultato della precedente.

Prima fase: insegnare le favole
Il progetto prende avvio nel 2012 con il progetto InSegnare le Favole, in cui è stata rielaborata e adattata una favola tradizionale considerando il punto di vista linguistico e culturale della comunità sorda.

Lato fund raising ho lavorato individuando un bando e scrivendo il progetto.

Una strategia scelta perché ben si adattava ai bisogni di una onlus in cerca di un finanziamento che desse la certezza di riuscire a completare la realizzazione dello story board del primo video in LIS – Lingua Italiana dei Segni.
Così, nel 2013, grazie al finanziamento della fondazione Banca Nazionale delle Comunicazioni, storyteller sordi, interpreti e assistenti alla comunicazione hanno riscritto la Sirenetta, “traducendola” in un video accessibile ai bambini sordi.

La sirenetta“, favola in Lis realizzata con “InSegnare le favole“, dopo il lavoro di adattamento linguistico e culturale per una piena accessibilità della favole ad un pubblico sordo.

Questa fase ha conseguito il primo risultato, e la prima azione di raccolta fondi ha avuto esito positivo. Ora avanti con la seconda fase: MangiaFavole.

Fatti non foste per scrivere di fuffa

Durante i corsi di formazione che tengo, un concetto che ripeto in continuazione ai corsisti è: “non scrivete progetti pieni di fuffa”.

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L’esperienza mi ha insegnato che non vale la pena di perdere tempo a lavorare su progetti astratti e vaghi, che non si sa come potranno essere realizzati e quale futuro potranno avere. Insomma progetti pieni di fuffa.
Quindi: siate pragmatici, chiari e precisi e lavorate su un’idea pensando a come potrà essere realizzata concretamente.
E poi diciamolo: il lavoro del progettista è già di per sé frustante perché anche progetti buoni su cui lavoriamo non sempre vengono finanziati. Se poi investiamo energie su idee nemmeno fattibili, ecco che la nostra motivazione cade sotto i piedi.

Questa lunga premessa per raccontare un progetto che sta prendendo forma, e nel passaggio tra la teoria (del formulario) e la realtà (della realizzazione) sta dimostrando potenzialità inattese.

Verona - JR Circus 2015Siamo, infatti, ormai prossimi alla Prima dello spettacolo La rosa e la spina, rivisitazione in chiave circense di Romeo e Giulietta di William Shakespeare nell’ambito del progetto europeo JR Circus. A partire dall’approvazione del progetto tra quelli finanziati da Europa Creativa, tutti i partner sono stati impegnati per far sì che l’idea iniziale potesse vedere la luce. E l’iniziativa si è rivelata un fiume in piena: adolescenti eccitati, insegnanti appassionati, artisti protagonisti della scena internazionale tutti coinvolti per dare vita a uno show contemporaneo e innovativo.

Altro che frustrazione!
Quando ho visto il video del progetto, ho toccato con mano il valore della professionalità, così come ho visualizzato le difficoltà organizzative che impone il lavorare a livello europeo.
Ma, soprattutto, ho sentito il piacere del mio lavoro, che non è semplicemente scrivere progetti “apri e chiudi” ma è innamorarsi di un’idea e desiderare ardentemente di vederla realizzata.