Fundraising e rigenerazione: l’esperienza di FARM

Uno degli esempi più calzanti di rigenerazione, in Italia, è senza dubbio il Farm Cultural Park: un “parco culturale”, diventato un luogo di ‘produzione’ e fruizione di cultura e di creazione di un nuovo senso di comunità.

L’esperienza di Andrea e Florinda, fondatori di questo progetto che si sviluppa da oramai otto anni, è particolarmente interessante per osservare la capacità e le difficoltà incontrate per sostenersi e capire cosa significa fare fundraising in un progetto di rigenerazione.

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Per voi è stato chiaro fin dall’inizio che Farm sarebbe diventato un progetto di rigenerazione e innovazione sociale?
Nel 2008 quando abbiamo iniziato a lavorare al progetto, i termini “rigenerazione urbana” e “innovazione sociale” non erano ancora di moda, come lo sono oggi.
Eppure avevamo esattamente in mente quello che poi è accaduto.
Volevamo rendere Favara, la città nella quale avevamo deciso di vivere, più bella per noi e più stimolante per le nostre bambine e al tempo stesso una grande attrazione per turisti e visitatori.

Siete considerati dal mondo culturale, e non solo, una best practice di rigenerazione urbana. Quanto effettivamente siete riusciti a rigenerare il territorio?
Chi viene un week end a Favara se ne rende conto personalmente e chi conosce Favara da sempre fa fatica a riconoscerla.
Oggi il centro storico di Favara, nonostante sia grande e abbia ancora tantissime porzioni in rovina, mostra la rinascita della piazza Cavour da luogo dove si bivaccava senza aver nulla da fare a vera e propria piazza di ritrovo che ospita alberghetti, pizzerie, bar e osterie.  E in più ci sono diversi comparti del centro storico oggi riqualificati in modo sorprendente.

Come “misurate” la riuscita del progetto? Avete in mente di fare un’analisi dell’impatto sociale di FARM?
La Facoltà di Economia dell’Università di Palermo sta lavorando a un documento scientifico che possa misurare l’impatto economico di FARM. Sulla dimensione dell’impatto sociale, speriamo di poter coinvolgere presto dei professionisti che possano restituirci una fotografia fedele.
Dal nostro punto di vista, molto è stato fatto ma la vera sfida sono i bambini.
Poter accompagnare i bambini di Favara in un percorso continuativo di esposizione alla bellezza e a persone di valore.

Foto Giuseppe Guarneri

Quanto tempo serve per avere dei risultati?
Dipende. Favara non è più quella che era prima già da più di tre anni, almeno.
L’entusiasmo e la voglia di diventare protagonisti del cambiamento hanno fatto tanto, ma se vogliamo effetti importanti sul lungo periodo l’unica strada percorribile è quella dell’educazione, che richiede moltissimo tempo e perseveranza.

Qual è stato il ruolo del fundraising in questo processo?
Ancora, purtroppo, marginale. Noi crediamo fortemente nel fundraising ma farlo con efficacia richiede competenze specifiche e risorse umane dedicate. Speriamo prima o poi di poter dare a Farm la struttura organizzativa che oggi necessita e quindi di avere una o più risorse totalmente dedicate alla raccolta fondi.

Per Farm Cultural Park il fundraising è una leva per la sostenibilità o piuttosto uno strumento di coinvolgimento?
È sia l’uno che l’altro: chi dona mette un pizzico di se stesso e si affeziona al progetto.
In qualche modo, anche se a distanza, entra a far parte della piccola ma preziosa Comunità di Farm.

Quale leva avete utilizzato per coinvolgere i donatori? Perché decidono di donare?
La nostra buona causa più importante è raccogliere fondi da destinare alla realizzazione di Farm Children’s Museum, un luogo per il futuro dove i bambini di tutte le età, possano giocare, imparare e sognare, per coltivare pensiero critico, responsabilità sociale e consapevolezza globale e per aiutarli a rendere il mondo migliore.
Spesso le persone, visitatori, turisti o amici donano perché capiscono l’importanza di questo progetto e intravedono in Farm un dispositivo di costruzione di futuro.

Qual è la risposta dei donatori individuali?
Abbiamo circa un centinaio di donatori individuali di piccole somme.
La maggior parte risponde alla sollecitazione più debole, una call sui social.
Abbiamo anche qualche major donor per i quali abbiamo messo in campo una sollecitazione più efficace con la richiesta specifica di una data somma di denaro.
Un totale fallimento, invece, si sono rivelate le richieste a grosse istituzioni (banche) a cui erano state chieste somme importanti. Addirittura, il Presidente nazionale di un importantissimo istituto bancario è di Favara e nonostante ciò non siamo riusciti ad ottenere nessun tipo di supporto.

Le imprese che vi sostengono cercano visibilità o chiedono di essere coinvolte nel progetto?
Le imprese che ad oggi hanno sostenuto Farm, il più delle volte con donazioni in kind ma non solo, sono delle grandi imprese nazionali e internazionali. A mio parere hanno dato una risposta a una esigenza di responsabilità sociale più che di ricerca di visibilità.

Il progetto nasce da una vostra intuizione e da un vostro investimento finanziario. Il fatto di essere coinvolti in prima persona nel finanziamento di FARM come ha cambiato il fundraising?
La prima regola del fundraising è: “Quando chiedi soldi fai parlare la buona causa”.
Noi, peraltro, essendo i primi super grandi donatori di Farm, dovremmo essere i primi a chiedere. Leggerlo nei testi sacri è facile, farlo decisamente meno.

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Un progetto come FARM avrebbe successo anche in un luogo diverso? Per esempio in una cittadina della bassa padana.
Il mondo si divide tra chi ritiene che FARM possa esistere solo a Favara e chi, come noi, ritiene che il processo sia replicabile in qualunque parte del mondo.
È chiaro che non ha senso fare un clone di Farm, né sarebbe possibile. Ogni luogo richiede un progetto specifico anche perché il valore più importante di Farm è la comunità che riesce a generare.

Per la riuscita di un progetto di rigenerazione, quanto conta il senso di appartenenza dei cittadini coinvolti al luogo in cui si opera?
Conta tantissimo. Farm ha restituito ai cittadini di Favara un rinnovato orgoglio di appartenenza, un senso di fierezza che prima non esisteva.
Tutti i giorni qualcuno ci ferma per strada, ci scrive e ci ringrazia per quello che sta accadendo in questa città.

Mi piacerebbe un confronto tra il progetto PLAN di Torpignattara – in cui gli immigrati sono tutti di recente arrivo – e Farm Cultural Park a Favara. Il vostro intervento a Roma è diverso da quello siciliano, ma vorrei conoscere se, sempre in merito al senso di appartenenza a un luogo, avete utilizzato lo stesso approccio o avete affrontato il tema della rigenerazione in modo differente.
Non è possibile fare un confronto tra l’esperienza quotidiana di otto anni di Favara e una settimana seppur intensissima a Torpignattara con gli amici di PLAN.
Quello che posso dire è che siamo rimasti impressionati dalla bellezza di questi bambini provenienti da 24 Paesi del mondo e dal livello di coinvolgimento emotivo che ha travolto noi e loro in una sola settimana.
Ovviamente abbiamo condiviso con loro i nostri valori e i nostri strumenti e insieme abbiamo ragionato su cos’è e cosa vorrebbero che diventasse Torpignattara e soprattutto sul come trasformare i loro sogni in realtà.
Ci hanno sbalordito con la loro sensibilità e la totale libertà da qualsiasi pregiudizio.
E poi hanno progettato uno straordinario parco pubblico con una gigantesca pigna colorata che di notte si illumina e che diventerà il landmark di questo quartiere internazionale della Capitale.

Intervista pubblicata su Che Fare il 14 novembre 2017

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Il “Trump effect” nel mondo della filantropia

Parlando di fundraising internazionale, una delle domande che ci poniamo è se questo sia veramente il momento giusto per iniziare a lavorare con le fondazioni americane.
Se ci affidassimo esclusivamente a Giving Usa che, lo scorso giugno, ha pubblicato l’Annual report on philantropy 2016 (i numeri ovviamente si riferiscono al 2015) stelle e strisce dovremmo essere ottimisti, dato che la filantropia a è cresciuta, a dispetto della crisi.
Come si legge nel rapporto, infatti, nel 2015, le donazioni hanno raggiunto la cifra di 373,25 miliardi di dollari, stabilendo un record per il secondo anno consecutivo ( più 4,1% rispetto al 2014).

Entrando più nel dettaglio del report e analizzando una delle voci che più possono interessare le organizzazioni italiane, ossia quella dedicata alle donazioni internazionali, si legge che dopo due anni consecutivi di declino sono aumentate del 17,5%.
Il dato in sé non indica con certezza la causa d’origine del positivo cambiamento, ma è comunque lecito supporre che in questi anni si sia creata una maggiore capacità di fare fundraising da parte delle organizzazioni non profit non americane che hanno imparato a guardare anche oltre oceano. Parallelamente, c’è sicuramente da considerare anche lo sguardo altrui, ossia una maggiore attenzione per le questioni internazionali da parte delle fondazioni americane.

 

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L’effetto Trump
Giving USA riporta dati del 2015, quindi, rispetto alla condizione odierna, non valuta una grande differenza, che potrebbe incidere sul posizionamento delle fondazioni grant making americane nel contesto della filantropia internazionale: l’elezione del Presidente Trump.
Il miliardario divenuto Presidente è noto per non essere un grande filantropo, anzi pare che la sua tendenza alle donazioni sia molto misera: meno di $10 milioni nel corso degli ultimi 30 anni.
Si tratta di cifre ridicole se messe in confronto a quelle di altri paperoni come Warren Buffet che ha donato 2,8 miliardi di dollari solamente nel 2015.
Così, a pochi mesi dalla sue elezione si è potuto constatare che le preoccupazioni che il settore non profit aveva circa la sua nomina a Presidente si sono confermate vere.
Questo presidente, tra l’altro eletto con pochi legami con il settore non profit, ha subito dichiarato guerra al terzo settore e in particolare alle associazioni che lavorano sui temi dell’immigrazione e delle libertà civili (si vedano i tagli dei fondi alle ONG internazionali pro aborto).
Questa decisione giustifica l’apprensione di una certa parte del mondo non profit circa le proprie sorti, al punto che uno dei portali più noti sul tema della filantropia, ossia Inside Philanthropy, ha aperto un blog esclusivamente dedicato al Trump Effect.

Cittadini VS Trump
Il “Trump Effect”, però, ha avuti un positivo quanto inatteso risvolto, risvegliando le coscienze dei cittadini oppositori del Presidente e registrando un’inaspettata impennata delle donazioni aventi per beneficiario soprattutto le organizzazioni oggetto del “ban”. Il dato eclatante, infatti, è che nelle settimane immediatamente successive all’elezione, i gruppi che difendono cause come le libertà civili e la salute delle donne e le associazioni che lavorano per i diritti degli immigrati hanno avuto risposte record sia in termini di donazioni che di partecipazione come volontari.
A titolo d’esempio, l’American Civil Liberties Union ha raccolto più di $24 milioni di donazioni nel week end post divieto di immigrazione, 6 volte quello che raccoglie in un anno secondo il Washington Post. Un altro caso è quello di Greenpeace che, dopo l’elezione, ha lanciato una campagna “He can’t trump us”, attraverso la quale ha più che raddoppiato il numero di nuovi donatori rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. E ancora, nelle quattro settimane dopo il giorno delle elezioni, il Sierra Club, il più grande gruppo ambientalista negli Stati Uniti, ha coinvolto 18.000 nuovi membri (1.200 firme era il massimo che avevano sin’ora raggiunto in un mese).

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L’effetto sulle fondazioni internazionali
Insomma, l’effetto Trump ha smosso e non di poco la filantropia privata americana. A questo punto non resta che monitorare l’evoluzione di un nuovo possibile fronte: la riduzione dei fondi all’Agenzia Americana per gli aiuti umanitari – USAID annunciata da Trump.
Se il nuovo corso della filantropia privata si sentisse nuovamente in disaccordo con le scelte presidenziali, potremmo prevedere un analogo effetto a favore di progetti internazionali.
E il fundraiser accorto dovrà mantenere uno sguardo molto più ampio, che vada oltre i confini statunitensi. Tale da avvedersi, per esempio, che il ministro olandese per lo Sviluppo ha istituito il fondo internazionale “She decides” per colmare la mancanza di fondi a cui andranno incontro le organizzazioni internazionali pro-aborto.
Insomma, monitorare la politica e la strategia complessiva di funding delle fondazioni americane è fondamentale in un periodo di profonde trasformazioni.
Per il fundraiser aumentano i compiti a casa: oltre a studiare bene la mission delle fondazioni, il professionista della raccolta fondi dovrà comprendere le tendenze del mercato filantropico a livello globale così da iniziare a coltivare da subito relazioni strategiche con i donor maggiormente indicati.

L’articolo è uscito sul Giornale della Fondazioni il 14 aprile 2017

Il 16 maggio parlerò di questi temi a Roma, nel corso “Fundraising con le Fondazioni internazionali

Fare fundraising per un rigeneratore urbano

Se non si affronta il tema delle competenze necessarie a fare questo mestiere – e non si predispongono percorsi multidisciplinari che escano dai recinti delle competenze esclusivamente tecniche – il tema della rigenerazione urbana sarà sempre schiacciato tra disegno, procedura, accompagnamento, animazione sociale.

La suggestione offerta da Ilda Curti a proposito del profilo del rigeneratore urbano, riportata in un articolo pubblicato su Che Fare, offre uno spunto interessante per allargare la riflessione sulle competenze “trasversali” che deve possedere l’esperto in interventi di rigenerazione. Una riflessione quanto mai attuale, anche alla luce delle correnti indicazioni europee sulle competenze chiave.

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Le capacità trasversali per il rigeneratore
Innanzitutto è bene chiarire che con il termine “trasversale”, in questo contesto, non ci si riferisce alle soft skill che in letteratura coincidono con il problem solving, la comunicazione, l’organizzazione del proprio lavoro e la gestione del tempo.
Queste competenze sono spesso troppo collegate alle caratteristiche personali dell’individuo.
Si parlerà, invece, di abilità e di quella mentalità che assicurano al rigeneratore urbano la capacità di attivazione dei processi di innovazione sociale, attraverso il coinvolgimento di tutti i protagonisti di un territorio. In quest’àmbito, quindi, rientrano la creatività, il senso di iniziativa e la capacità di assumere rischi calcolati, come anche la capacità di gestire network pubblici e privati e di aggregare interessi intorno a un unico progetto.

Tradurre in azione le idee
Una delle competenze chiave che a livello comunitario sono state definite per l’apprendimento permanente (di tutti i cittadini, non solamente per i rigeneratori) è scritta-3l’imprenditorialità, traduzione non perfettamente aderente di entrepreneurship.
In sintesi, si tratta della capacità di “tradurre in azione le idee” ed è una competenza che la Commissione Europea definisce essenziale per ogni individuo in una società basata sulla conoscenza.
A questo punto, è piuttosto evidente il legame, il richiamo all’azione, che esiste tra il perimetro che definisce le competenze trasversali del rigeneratore e il senso che la Commissione ha veicolato col termine entrepreneurship.

Conoscere il framework
È stato redatto da pochi mesi dal Centro Comune di Ricerca della Commissione Europea, e pubblicato lo scorso giugno, il nuovo framework sulla competenza entrepreneurship.
Si tratta di un documento talmente recente che ancora non sono visibili gli effetti concreti e né esistono best practice da citare a esempio, ma quel che è certo è che sicuramente andrà a orientare le politiche di formazione e le attività finanziate dalla UE nei prossimi anni.
Conoscerlo, quindi, diventa fondamentale per avere una bussola utile a orientarsi con maggior chiarezza nella ricchezza del profilo del rigeneratore urbano.

Gli enzimi del rigeneratore
Il quadro europeo si basa su una definizione ampia di entrepreneurship, centrata sulla creazione di valore. Nel documento citato si legge: “entrepreneurship is when you act upon opportunities and ideas and transform them into value for others. The value that is created can be financial, cultural or social”.
Come accennato poc’anzi, la prima considerazione da fare è che la parola entrepreneurship non coincide perfettamente con il termine italiano imprenditorialità, che nella nostra lingua sottende alla capacità di generare un’attività economica o commerciale.
In inglese, utilizzando il vocabolo entrepreneurship ci si vuole riferire innanzitutto all’intraprendenza, intesa come saper trasformare un’idea in un’attività, un progetto, creando un valore aggiunto.
Proprio quella capacità di “tradurre le idee in azione” a cui poco sopra si faceva cenno.
Già in questa prima descrizione della competenza si intravedono gli enzimi del profilo del rigeneratore urbano: esso sarà un professionista in grado di proporre una progettualità territoriale ibrida, che creerà valore aggiunto sociale, culturale o economico.

Cosa significa reperire risorse
La riflessione sull’impatto del framework sulla figura del rigeneratore urbano deve procedere oltre, così da immaginare la cassetta degli attrezzi del rigeneratore con una visione prospettica, non curvata sulla semplice necessità tassonomica.
Per fare ciò, occorre utilizzare il framework nella sua complessità.

Il quadro europeo, infatti, articola la competenza entrepreneurship in tre aree:

  • “idee e opportunità”,
  • “risorse”
  • “in atto”.

Esse descrivono da un lato le abilità da acquisire per diventare “imprenditoriali” e, dall’altro, i diversi risultati di apprendimento che fanno da riferimento per chi deve intervenire a formare questa competenza in un target group specifico.
Tra le tre, l’area che in questo contesto interessa maggiormente è quella definita dalla parola “risorse”, che indica tutte le risorse – appunto – da attivare per trasformare le idee in azioni. scritta-3
Qui possiamo cadere in una facile inferenza, ossia che laddove si parli di risorse ci si riferisca soprattutto a quelle economiche e che, anche per il rigeneratore urbano, saper raccogliere fondi sia la skill prevalente di questa area.
Indubbiamente reperire risorse economiche è decisivo per la riuscita di ogni progetto, ma il riferimento proposto dalla Commissione Europea non è limitato a questo.
Ecco quindi che nel framework, a complemento della capacità di raccolta di risorse economiche, si aggiungono altri elementi strategici quali la coscienza di sé, la motivazione, la mobilitazione degli altri e delle proprie energie personali per generare azioni dal valore aggiunto sociale, economico, culturale.

Di conseguenza, l’area “risorse” viene descritta utilizzando queste 5 (sotto)competenze:

  1. Coscienza di sé e delle proprie capacità
  2. Motivazione e costanza
  3. Mobilitazione di risorse
  4. Mobilitazione degli altri
  5. Alfabetizzazione finanziaria ed economica

Fundraising e “mobilitazione”
A questo punto della riflessione, resta da capire perché un discorso legato al fundraising sia connesso agli aspetti appena analizzati del framework europeo.
La risposta si trova nel concetto di “mobilitazione”, definito letteralmente come “il richiamare l’attenzione di qualcuno per sollecitarlo a impegnarsi attivamente in qualcosa”.
Il fundraising, oggi, rappresenta un diverso modo per la società civile di partecipare alla creazione di valore e di impegnarsi e il dono disegna la via affinché i cittadini e le imprese diventino protagonisti dei progetti che li riguardano.
Fare fundraising per un rigeneratore urbano non coincide, anzi più specificamente non si esaurisce, con il saper utilizzare un insieme di strumenti o di tecnicalità per la raccolta fondi.
Il compito che ha un rigeneratore urbano è quello di attivare la mobilitazione di energie personali, di risorse e di relazioni che creano valore aggiunto sociale e culturale alle persone protagoniste di un territorio.
L’attività di fundraising va intesa, quindi, come un mezzo e non come un fine: essa può aiutare il rigeneratore a farsi carico delle opportunità che un territorio da riqualificare offre.
Ecco che il profilo professionale del rigeneratore urbano si arricchisce grazie alla conoscenza del fundraising quando diventa un’abilità che esce dai confini delle competenze tecniche. Quando, cioè, il rigeneratore utilizza questa competenza per attivare una mobilitazione, per accendere percorsi di partecipazione e di condivisione, per attrarre risorse che facciano ripensare a un luogo, per coinvolgere gli abitanti affinché sentano il bisogno di partecipare, sostenere il progetto e quindi di donare.

Articolo pubblicato su Che Fare il 21 dicembre 2016

3 dritte per progettare con Europa Creativa 2017

Leggete, leggete e ancora leggete
Non solamente il bando e le linee guida. Leggete tutti i documenti che hanno a che fare con la cultura in Europa per imparare a pensare “in modo europeo”.

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Courtesy of Creative Europe Desk Italia

Per esempio, consiglio di:

  1. scaricare la Strategia Europa 2020 – strategia europea per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva e il piano di lavoro per la cultura 2015-2018;
  2. utilizzare le ricerche e i rapporti pubblicati sul settore delle industrie creative;
  3. leggere i progetti finanziati per trarre ispirazione e capire quali sono le idee effettivamente vincenti.

Siate ambiziosi
Europa Creativa non è un programma per raccogliere i fondi necessari al funzionamento di un museo o di un’associazione culturale. Inoltre non basta avere un’idea forte per essere selezionati tra i vincitori.

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È necessario, sin da subito, porsi le seguenti domande:

  • vogliamo lavorare in modo più efficace come organizzazione?
  • vogliamo sviluppare un progetto a livello internazionale?

Prima di partecipare al bando, è importante avere una strategia di sviluppo dell’organizzazione, perché il programma Europa Creativa può diventare un importante tassello funzionale proprio alla realizzazione di questa strategia. Questo bando, infatti, è un’opportunità per un’organizzazione che desidera essere più ambiziosa.

Ragionate sulla sostenibilità economica del progetto
Prima di iniziare un progetto internazionale è importante riflettere sulla sostenibilità economica dell’iniziativa.
Troppo spesso si trascura che Europa Creativa copre solamente il 50-60% del bilancio di un progetto, il che richiede un contributo da parte dei partecipanti. Questo contributo può derivare da risorse proprie dell’organizzazione, da fondi e sovvenzioni raccolti attraverso altri bandi oppure da azioni di fundraising.
Qualunque opzione si scelga e quale sia la proporzione tra le voci all’interno del progetto, è una decisione che dev’essere fatta a monte.
Inoltre, è bene ricordare che non ci sono regole circa la distribuzione del cofinanziamento all’interno del partenariato: quindi un’organizzazione economicamente forte può contribuire maggiormente; ciò che è importante è avere le idee chiare su “chi fa che cosa” e rispettare l’accordo di partenariato alla perfezione.

Europa Creativa: 2016 pieno di dubbi (e le mie considerazioni)

Che annataccia questa.
Intendo dire, quant’è difficile presentare un progetto per Europa Creativa nel 2016!

Eppure, per una volta mi ero organizzata per tempo: ho le idee chiare, ho un buono progetto, sto lavorando sul partenariato da un po’ e ho definito le scadenze:
E poi cosa succede? Working programme non definitivi, scadenze prorogate e la Brexit che scompagina tutto.

Ok, respiro e verifico tutto.

Scadenza: una risposta e 2 consigli
A luglio c’è stata una gran confusione sulla scadenza della call per i progetti di cooperazione. Il 27 luglio è stato annunciato dall’EACEA un ritardo rispetto alla timetable approvata e un working programme in via di aggiornamento.

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In attesa di ulteriori informazioni, ritengo che sia improbabile che il termine per presentare progetti di cooperazione sia posto prima della fine di ottobre.

NEL FRATTEMPO: possiamo utilizzare la documentazione e i form dell’ultima call, anche se non è detto che saranno uguali a quelli di quest’anno.

PER ESPERIENZA: di solito, siamo contenti quando una scadenza viene prorogata, il mio consiglio è di non abbassare la guardia: il rischio di fare tutto all’ultimo momento aumenta con la percezione di avere più tempo.

Maledetta Brexit.
Col voto del referendum del 23 giugno 2016, il Regno Unito è uscito dall’Unione Europea. Che effetti ha questa decisione sui programmi di finanziamento europei?

UNA BUONA NOVELLA: nell’immediato, il risultato del referendum non comporta modifiche sostanziali per coloro che hanno presentato i progetti con successo, o che sono attualmente in fase di valutazione, o hanno in programma di richiedere un finanziamento Europa creativa nel 2016.

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Fiuuuu, anche il secondo dubbio se n’è volato via!

Il fundraising italiano guarda oltre oceano

Il prossimo 5 maggio, a Roma, sarò docente nel corso “Fundraising con le Fondazioni Internazionali” pensato per chi vuole imparare a cogliere le opportunità per la raccolta fondi anche altro oceano.

Qui propongo un estratto dall’intervista che ho fatto con Anna Spena, giornalista del magazine Vita.

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Qual è l’obiettivo del corso?
Vogliamo volgere lo sguardo verso il mondo dei finanziamenti al di fuori dell’Italia e dell’Europa. In particolare, offriremo gli strumenti per capire come si può accedere ai fondi messi a disposizione dalle fondazioni americane. Lo scorso anno avevo raccolto qualche numero: tra il 2011 e il 2015, le organizzazioni italiane che operano nel settore di intervento “arts and culture” hanno beneficiato di oltre 7 milioni di dollari. Questi soldi, per esempio, sostengono l’attività di fondazioni culturali come Palazzo Strozzi e l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

Perché la raccolta di fondi ha bisogno di una prospettiva internazionale?
Perché il fundraising non si gioca più in una dimensione locale, né nazionale. Occorre guardare a nuovi mercati in cui è possibile fare raccolta fondi, Stati Uniti in primis, ma anche India e Cina e le nuove economie mondiali sono esempi interessanti, che contengono importanti lezioni per chi fa questo mestiere. La difficoltà è fare fundraising in modo accorto e consapevole. Se è vero che le organizzazioni filantropiche e le persone che le animano hanno passioni, desideri, necessità e motivazioni comuni in tutto il mondo, è altrettanto vero che ciò che funziona in una cultura non sempre funziona in un’altra. Ogni contesto ha le proprie regole ed è bene conoscerle.

Vale anche in una cultura piuttosto vicina alla nostra com’è quella americana?
Sì, certo. Anzi, chi lavora con le fondazioni americane deve sviluppare un approccio molto differente da quello europeo: le fondazioni americane considerano il non profit come un braccio operativo e desiderano essere coinvolte, anzi lo pretendono. Infatti, difficilmente si troverà un bando da esaminare o un formulario da scandagliare, ma quello che il fundraiser potrà fare è individuare quelle fondazioni che condividono gli obiettivi e le finalità della propria organizzazione e/o progetto.

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Che caratteristiche ha il partecipante tipo di questo corso?
Oggi il mondo del fundraising richiede al fundraiser di essere professionale e capace di utilizzare abilità specialistiche. Questo è uno dei pochi corsi in Italia che consente ai fundraiser senior di approfondire un mercato della raccolta fondi ancora poco esplorato nel nostro Paese. Chi parteciperà conosce le regole di base della professione, ma sa quanto sia importante acquisire know how specialistico che gli consenta di lavorare anche con le nicchie di mercato.

Che cos’è la fundraising school?
È la prima scuola italiana dedicata unicamente alla formazione sulle tematiche relative alla raccolta fondi etica. La caratteristica distintiva, che personalmente ritengo un grande valore aggiunto, è che l’offerta formativa della scuola affianca al corso base alcuni seminari specialistici per fundraiser e grantseeker che già lavorano in questo campo. Come dicevo, il fundraiser oggi deve essere consapevole che questo settore è cambiato e sta cambiando, che le relazioni personali non sono più sufficienti. Ne consegue che sia i nuovi colleghi che i professionisti senior, per stare al passo con i tempi, devono aggiornarsi con continuità. Quella di lavorare su scala internazionale, per tornare ai contenuti del corso, è un’ulteriore competenza richiesta alla figura del fundraiser, nonché una sfida collegata alla rapida crescita dalla competizione che i nuovi professionisti del fundraising si trovano a vivere.

 

Per chi fosse interessato, ecco il programma del corso

8 buoni motivi per presentare un progetto culturale nel 2016 con Erasmus+ ed Europa per i Cittadini

Bando ricco, mi ci ficco, qualcuno direbbe. E così ci troviamo tutti a rincorrere i bandi Horizon che stanziano – anche per il settore culturale – tanti milioni di euro (il Challenge 6 di Horizon riguarda proprio il  settore del cultural heritage). Ma ci sono bandi che per la loro semplicità e per il loro tematismo sono perfetti per progetti culturali di minori dimensioni.

Erasmus+ è il programma europeo a sostegno dei  settori dell’istruzione, della formazione, dei giovani e dello sport.
Europa per i Cittadini è il principale strumento sulla cittadinanza europea attiva ed è diviso in due strand che possono fare al caso delle organizzazioni culturali: “Memoria europea attiva” e “Impegno democratico e partecipazione civica”.
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8 buoni motivi

Ci sono almeno 8 motivi per cui le organizzazioni culturali dovrebbero prendere in considerazione questi due programmi, soprattutto quest’anno visto sono stati introdotti criteri direttamente rilevanti per il settore artistico e culturale.
  1. I programmi Erasmus+ ed Europa per i Cittadini si rivolgono espressamente anche alle organizzazioni culturali.
  2. Il budget è calcolato sulla base del sistema di finanziamento forfettario fisso per tranche. Il beneficiario non deve fornire la prova del cofinanziamento all’interno della domanda di sovvenzione e non vi è alcuna percentuale di cofinanziamento specifico richiesto, quindi anche le piccole organizzazioni che non possono permettersi il cofinanziamento possono affacciarsi all’Europa.
  3. Erasmus+ ed Europa per i cittadini hanno un ritorno rapido in termini di risultati. In 3 mesi saprete se il vostro progetto è stato approvato.
  4. Il filone di Erasmus+ che riguarda l’educazione degli adulti coinvolge anche gli istituti culturali poiché vengono finanziati i progetti in grado di sviluppare “la dimensione di apprendimento delle organizzazioni non finalizzate principalmente all’educazione (per esempio le organizzazioni culturali)“.
  5. Rispetto ai principali programmi europei, in cui sono richiesti almeno 3 partner, per alcuni filoni all’interno di Erasmus+ ed Europa per i cittadini ne bastano solamente 2.
  6. Lavorate con giovani emarginati? Extra enfasi è data in Erasmus+ Mobilità per sostenere questo focus; verranno, infatti, premiati i progetti di mobilità che coinvolgono rifugiati e richiedenti asilo.
  7. Progetti quali “iniziative artistiche e culturali (spettacoli teatrali, mostre, spettacoli musicali, forum di discussione, etc.) rientrano in Erasmus+ tra le “Iniziative transnazionali per i giovani”.
  8. Siete un’organizzazione culturale che lavora su temi collegati all’identità europea quali  tolleranza e immigrazione? Europa per i cittadini strand “Memoria europea attiva” può fare al caso vostro.
Il calendario
Al lavoro, le scadenze sono prossime:
• 1° marzo  – Europa per i Cittadini Remembrance / Civil Society strands
• 31 marzo  – Erasmus+ adult education strategic partnerships
• 26 aprile  – Erasmus+ youth strands (mobility / strategic partnerships)