Il “Trump effect” nel mondo della filantropia

Parlando di fundraising internazionale, una delle domande che ci poniamo è se questo sia veramente il momento giusto per iniziare a lavorare con le fondazioni americane.
Se ci affidassimo esclusivamente a Giving Usa che, lo scorso giugno, ha pubblicato l’Annual report on philantropy 2016 (i numeri ovviamente si riferiscono al 2015) stelle e strisce dovremmo essere ottimisti, dato che la filantropia a è cresciuta, a dispetto della crisi.
Come si legge nel rapporto, infatti, nel 2015, le donazioni hanno raggiunto la cifra di 373,25 miliardi di dollari, stabilendo un record per il secondo anno consecutivo ( più 4,1% rispetto al 2014).

Entrando più nel dettaglio del report e analizzando una delle voci che più possono interessare le organizzazioni italiane, ossia quella dedicata alle donazioni internazionali, si legge che dopo due anni consecutivi di declino sono aumentate del 17,5%.
Il dato in sé non indica con certezza la causa d’origine del positivo cambiamento, ma è comunque lecito supporre che in questi anni si sia creata una maggiore capacità di fare fundraising da parte delle organizzazioni non profit non americane che hanno imparato a guardare anche oltre oceano. Parallelamente, c’è sicuramente da considerare anche lo sguardo altrui, ossia una maggiore attenzione per le questioni internazionali da parte delle fondazioni americane.

 

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L’effetto Trump
Giving USA riporta dati del 2015, quindi, rispetto alla condizione odierna, non valuta una grande differenza, che potrebbe incidere sul posizionamento delle fondazioni grant making americane nel contesto della filantropia internazionale: l’elezione del Presidente Trump.
Il miliardario divenuto Presidente è noto per non essere un grande filantropo, anzi pare che la sua tendenza alle donazioni sia molto misera: meno di $10 milioni nel corso degli ultimi 30 anni.
Si tratta di cifre ridicole se messe in confronto a quelle di altri paperoni come Warren Buffet che ha donato 2,8 miliardi di dollari solamente nel 2015.
Così, a pochi mesi dalla sue elezione si è potuto constatare che le preoccupazioni che il settore non profit aveva circa la sua nomina a Presidente si sono confermate vere.
Questo presidente, tra l’altro eletto con pochi legami con il settore non profit, ha subito dichiarato guerra al terzo settore e in particolare alle associazioni che lavorano sui temi dell’immigrazione e delle libertà civili (si vedano i tagli dei fondi alle ONG internazionali pro aborto).
Questa decisione giustifica l’apprensione di una certa parte del mondo non profit circa le proprie sorti, al punto che uno dei portali più noti sul tema della filantropia, ossia Inside Philanthropy, ha aperto un blog esclusivamente dedicato al Trump Effect.

Cittadini VS Trump
Il “Trump Effect”, però, ha avuti un positivo quanto inatteso risvolto, risvegliando le coscienze dei cittadini oppositori del Presidente e registrando un’inaspettata impennata delle donazioni aventi per beneficiario soprattutto le organizzazioni oggetto del “ban”. Il dato eclatante, infatti, è che nelle settimane immediatamente successive all’elezione, i gruppi che difendono cause come le libertà civili e la salute delle donne e le associazioni che lavorano per i diritti degli immigrati hanno avuto risposte record sia in termini di donazioni che di partecipazione come volontari.
A titolo d’esempio, l’American Civil Liberties Union ha raccolto più di $24 milioni di donazioni nel week end post divieto di immigrazione, 6 volte quello che raccoglie in un anno secondo il Washington Post. Un altro caso è quello di Greenpeace che, dopo l’elezione, ha lanciato una campagna “He can’t trump us”, attraverso la quale ha più che raddoppiato il numero di nuovi donatori rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. E ancora, nelle quattro settimane dopo il giorno delle elezioni, il Sierra Club, il più grande gruppo ambientalista negli Stati Uniti, ha coinvolto 18.000 nuovi membri (1.200 firme era il massimo che avevano sin’ora raggiunto in un mese).

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L’effetto sulle fondazioni internazionali
Insomma, l’effetto Trump ha smosso e non di poco la filantropia privata americana. A questo punto non resta che monitorare l’evoluzione di un nuovo possibile fronte: la riduzione dei fondi all’Agenzia Americana per gli aiuti umanitari – USAID annunciata da Trump.
Se il nuovo corso della filantropia privata si sentisse nuovamente in disaccordo con le scelte presidenziali, potremmo prevedere un analogo effetto a favore di progetti internazionali.
E il fundraiser accorto dovrà mantenere uno sguardo molto più ampio, che vada oltre i confini statunitensi. Tale da avvedersi, per esempio, che il ministro olandese per lo Sviluppo ha istituito il fondo internazionale “She decides” per colmare la mancanza di fondi a cui andranno incontro le organizzazioni internazionali pro-aborto.
Insomma, monitorare la politica e la strategia complessiva di funding delle fondazioni americane è fondamentale in un periodo di profonde trasformazioni.
Per il fundraiser aumentano i compiti a casa: oltre a studiare bene la mission delle fondazioni, il professionista della raccolta fondi dovrà comprendere le tendenze del mercato filantropico a livello globale così da iniziare a coltivare da subito relazioni strategiche con i donor maggiormente indicati.

L’articolo è uscito sul Giornale della Fondazioni il 14 aprile 2017

Il 16 maggio parlerò di questi temi a Roma, nel corso “Fundraising con le Fondazioni internazionali

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