Il “Trump effect” nel mondo della filantropia

Parlando di fundraising internazionale, una delle domande che ci poniamo è se questo sia veramente il momento giusto per iniziare a lavorare con le fondazioni americane.
Se ci affidassimo esclusivamente a Giving Usa che, lo scorso giugno, ha pubblicato l’Annual report on philantropy 2016 (i numeri ovviamente si riferiscono al 2015) stelle e strisce dovremmo essere ottimisti, dato che la filantropia a è cresciuta, a dispetto della crisi.
Come si legge nel rapporto, infatti, nel 2015, le donazioni hanno raggiunto la cifra di 373,25 miliardi di dollari, stabilendo un record per il secondo anno consecutivo ( più 4,1% rispetto al 2014).

Entrando più nel dettaglio del report e analizzando una delle voci che più possono interessare le organizzazioni italiane, ossia quella dedicata alle donazioni internazionali, si legge che dopo due anni consecutivi di declino sono aumentate del 17,5%.
Il dato in sé non indica con certezza la causa d’origine del positivo cambiamento, ma è comunque lecito supporre che in questi anni si sia creata una maggiore capacità di fare fundraising da parte delle organizzazioni non profit non americane che hanno imparato a guardare anche oltre oceano. Parallelamente, c’è sicuramente da considerare anche lo sguardo altrui, ossia una maggiore attenzione per le questioni internazionali da parte delle fondazioni americane.

 

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L’effetto Trump
Giving USA riporta dati del 2015, quindi, rispetto alla condizione odierna, non valuta una grande differenza, che potrebbe incidere sul posizionamento delle fondazioni grant making americane nel contesto della filantropia internazionale: l’elezione del Presidente Trump.
Il miliardario divenuto Presidente è noto per non essere un grande filantropo, anzi pare che la sua tendenza alle donazioni sia molto misera: meno di $10 milioni nel corso degli ultimi 30 anni.
Si tratta di cifre ridicole se messe in confronto a quelle di altri paperoni come Warren Buffet che ha donato 2,8 miliardi di dollari solamente nel 2015.
Così, a pochi mesi dalla sue elezione si è potuto constatare che le preoccupazioni che il settore non profit aveva circa la sua nomina a Presidente si sono confermate vere.
Questo presidente, tra l’altro eletto con pochi legami con il settore non profit, ha subito dichiarato guerra al terzo settore e in particolare alle associazioni che lavorano sui temi dell’immigrazione e delle libertà civili (si vedano i tagli dei fondi alle ONG internazionali pro aborto).
Questa decisione giustifica l’apprensione di una certa parte del mondo non profit circa le proprie sorti, al punto che uno dei portali più noti sul tema della filantropia, ossia Inside Philanthropy, ha aperto un blog esclusivamente dedicato al Trump Effect.

Cittadini VS Trump
Il “Trump Effect”, però, ha avuti un positivo quanto inatteso risvolto, risvegliando le coscienze dei cittadini oppositori del Presidente e registrando un’inaspettata impennata delle donazioni aventi per beneficiario soprattutto le organizzazioni oggetto del “ban”. Il dato eclatante, infatti, è che nelle settimane immediatamente successive all’elezione, i gruppi che difendono cause come le libertà civili e la salute delle donne e le associazioni che lavorano per i diritti degli immigrati hanno avuto risposte record sia in termini di donazioni che di partecipazione come volontari.
A titolo d’esempio, l’American Civil Liberties Union ha raccolto più di $24 milioni di donazioni nel week end post divieto di immigrazione, 6 volte quello che raccoglie in un anno secondo il Washington Post. Un altro caso è quello di Greenpeace che, dopo l’elezione, ha lanciato una campagna “He can’t trump us”, attraverso la quale ha più che raddoppiato il numero di nuovi donatori rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. E ancora, nelle quattro settimane dopo il giorno delle elezioni, il Sierra Club, il più grande gruppo ambientalista negli Stati Uniti, ha coinvolto 18.000 nuovi membri (1.200 firme era il massimo che avevano sin’ora raggiunto in un mese).

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L’effetto sulle fondazioni internazionali
Insomma, l’effetto Trump ha smosso e non di poco la filantropia privata americana. A questo punto non resta che monitorare l’evoluzione di un nuovo possibile fronte: la riduzione dei fondi all’Agenzia Americana per gli aiuti umanitari – USAID annunciata da Trump.
Se il nuovo corso della filantropia privata si sentisse nuovamente in disaccordo con le scelte presidenziali, potremmo prevedere un analogo effetto a favore di progetti internazionali.
E il fundraiser accorto dovrà mantenere uno sguardo molto più ampio, che vada oltre i confini statunitensi. Tale da avvedersi, per esempio, che il ministro olandese per lo Sviluppo ha istituito il fondo internazionale “She decides” per colmare la mancanza di fondi a cui andranno incontro le organizzazioni internazionali pro-aborto.
Insomma, monitorare la politica e la strategia complessiva di funding delle fondazioni americane è fondamentale in un periodo di profonde trasformazioni.
Per il fundraiser aumentano i compiti a casa: oltre a studiare bene la mission delle fondazioni, il professionista della raccolta fondi dovrà comprendere le tendenze del mercato filantropico a livello globale così da iniziare a coltivare da subito relazioni strategiche con i donor maggiormente indicati.

L’articolo è uscito sul Giornale della Fondazioni il 14 aprile 2017

Il 16 maggio parlerò di questi temi a Roma, nel corso “Fundraising con le Fondazioni internazionali

Fare fundraising per un rigeneratore urbano

Se non si affronta il tema delle competenze necessarie a fare questo mestiere – e non si predispongono percorsi multidisciplinari che escano dai recinti delle competenze esclusivamente tecniche – il tema della rigenerazione urbana sarà sempre schiacciato tra disegno, procedura, accompagnamento, animazione sociale.

La suggestione offerta da Ilda Curti a proposito del profilo del rigeneratore urbano, riportata in un articolo pubblicato su Che Fare, offre uno spunto interessante per allargare la riflessione sulle competenze “trasversali” che deve possedere l’esperto in interventi di rigenerazione. Una riflessione quanto mai attuale, anche alla luce delle correnti indicazioni europee sulle competenze chiave.

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Le capacità trasversali per il rigeneratore
Innanzitutto è bene chiarire che con il termine “trasversale”, in questo contesto, non ci si riferisce alle soft skill che in letteratura coincidono con il problem solving, la comunicazione, l’organizzazione del proprio lavoro e la gestione del tempo.
Queste competenze sono spesso troppo collegate alle caratteristiche personali dell’individuo.
Si parlerà, invece, di abilità e di quella mentalità che assicurano al rigeneratore urbano la capacità di attivazione dei processi di innovazione sociale, attraverso il coinvolgimento di tutti i protagonisti di un territorio. In quest’àmbito, quindi, rientrano la creatività, il senso di iniziativa e la capacità di assumere rischi calcolati, come anche la capacità di gestire network pubblici e privati e di aggregare interessi intorno a un unico progetto.

Tradurre in azione le idee
Una delle competenze chiave che a livello comunitario sono state definite per l’apprendimento permanente (di tutti i cittadini, non solamente per i rigeneratori) è scritta-3l’imprenditorialità, traduzione non perfettamente aderente di entrepreneurship.
In sintesi, si tratta della capacità di “tradurre in azione le idee” ed è una competenza che la Commissione Europea definisce essenziale per ogni individuo in una società basata sulla conoscenza.
A questo punto, è piuttosto evidente il legame, il richiamo all’azione, che esiste tra il perimetro che definisce le competenze trasversali del rigeneratore e il senso che la Commissione ha veicolato col termine entrepreneurship.

Conoscere il framework
È stato redatto da pochi mesi dal Centro Comune di Ricerca della Commissione Europea, e pubblicato lo scorso giugno, il nuovo framework sulla competenza entrepreneurship.
Si tratta di un documento talmente recente che ancora non sono visibili gli effetti concreti e né esistono best practice da citare a esempio, ma quel che è certo è che sicuramente andrà a orientare le politiche di formazione e le attività finanziate dalla UE nei prossimi anni.
Conoscerlo, quindi, diventa fondamentale per avere una bussola utile a orientarsi con maggior chiarezza nella ricchezza del profilo del rigeneratore urbano.

Gli enzimi del rigeneratore
Il quadro europeo si basa su una definizione ampia di entrepreneurship, centrata sulla creazione di valore. Nel documento citato si legge: “entrepreneurship is when you act upon opportunities and ideas and transform them into value for others. The value that is created can be financial, cultural or social”.
Come accennato poc’anzi, la prima considerazione da fare è che la parola entrepreneurship non coincide perfettamente con il termine italiano imprenditorialità, che nella nostra lingua sottende alla capacità di generare un’attività economica o commerciale.
In inglese, utilizzando il vocabolo entrepreneurship ci si vuole riferire innanzitutto all’intraprendenza, intesa come saper trasformare un’idea in un’attività, un progetto, creando un valore aggiunto.
Proprio quella capacità di “tradurre le idee in azione” a cui poco sopra si faceva cenno.
Già in questa prima descrizione della competenza si intravedono gli enzimi del profilo del rigeneratore urbano: esso sarà un professionista in grado di proporre una progettualità territoriale ibrida, che creerà valore aggiunto sociale, culturale o economico.

Cosa significa reperire risorse
La riflessione sull’impatto del framework sulla figura del rigeneratore urbano deve procedere oltre, così da immaginare la cassetta degli attrezzi del rigeneratore con una visione prospettica, non curvata sulla semplice necessità tassonomica.
Per fare ciò, occorre utilizzare il framework nella sua complessità.

Il quadro europeo, infatti, articola la competenza entrepreneurship in tre aree:

  • “idee e opportunità”,
  • “risorse”
  • “in atto”.

Esse descrivono da un lato le abilità da acquisire per diventare “imprenditoriali” e, dall’altro, i diversi risultati di apprendimento che fanno da riferimento per chi deve intervenire a formare questa competenza in un target group specifico.
Tra le tre, l’area che in questo contesto interessa maggiormente è quella definita dalla parola “risorse”, che indica tutte le risorse – appunto – da attivare per trasformare le idee in azioni. scritta-3
Qui possiamo cadere in una facile inferenza, ossia che laddove si parli di risorse ci si riferisca soprattutto a quelle economiche e che, anche per il rigeneratore urbano, saper raccogliere fondi sia la skill prevalente di questa area.
Indubbiamente reperire risorse economiche è decisivo per la riuscita di ogni progetto, ma il riferimento proposto dalla Commissione Europea non è limitato a questo.
Ecco quindi che nel framework, a complemento della capacità di raccolta di risorse economiche, si aggiungono altri elementi strategici quali la coscienza di sé, la motivazione, la mobilitazione degli altri e delle proprie energie personali per generare azioni dal valore aggiunto sociale, economico, culturale.

Di conseguenza, l’area “risorse” viene descritta utilizzando queste 5 (sotto)competenze:

  1. Coscienza di sé e delle proprie capacità
  2. Motivazione e costanza
  3. Mobilitazione di risorse
  4. Mobilitazione degli altri
  5. Alfabetizzazione finanziaria ed economica

Fundraising e “mobilitazione”
A questo punto della riflessione, resta da capire perché un discorso legato al fundraising sia connesso agli aspetti appena analizzati del framework europeo.
La risposta si trova nel concetto di “mobilitazione”, definito letteralmente come “il richiamare l’attenzione di qualcuno per sollecitarlo a impegnarsi attivamente in qualcosa”.
Il fundraising, oggi, rappresenta un diverso modo per la società civile di partecipare alla creazione di valore e di impegnarsi e il dono disegna la via affinché i cittadini e le imprese diventino protagonisti dei progetti che li riguardano.
Fare fundraising per un rigeneratore urbano non coincide, anzi più specificamente non si esaurisce, con il saper utilizzare un insieme di strumenti o di tecnicalità per la raccolta fondi.
Il compito che ha un rigeneratore urbano è quello di attivare la mobilitazione di energie personali, di risorse e di relazioni che creano valore aggiunto sociale e culturale alle persone protagoniste di un territorio.
L’attività di fundraising va intesa, quindi, come un mezzo e non come un fine: essa può aiutare il rigeneratore a farsi carico delle opportunità che un territorio da riqualificare offre.
Ecco che il profilo professionale del rigeneratore urbano si arricchisce grazie alla conoscenza del fundraising quando diventa un’abilità che esce dai confini delle competenze tecniche. Quando, cioè, il rigeneratore utilizza questa competenza per attivare una mobilitazione, per accendere percorsi di partecipazione e di condivisione, per attrarre risorse che facciano ripensare a un luogo, per coinvolgere gli abitanti affinché sentano il bisogno di partecipare, sostenere il progetto e quindi di donare.

Articolo pubblicato su Che Fare il 21 dicembre 2016

3 dritte per progettare con Europa Creativa 2017

Leggete, leggete e ancora leggete
Non solamente il bando e le linee guida. Leggete tutti i documenti che hanno a che fare con la cultura in Europa per imparare a pensare “in modo europeo”.

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Courtesy of Creative Europe Desk Italia

Per esempio, consiglio di:

  1. scaricare la Strategia Europa 2020 – strategia europea per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva e il piano di lavoro per la cultura 2015-2018;
  2. utilizzare le ricerche e i rapporti pubblicati sul settore delle industrie creative;
  3. leggere i progetti finanziati per trarre ispirazione e capire quali sono le idee effettivamente vincenti.

Siate ambiziosi
Europa Creativa non è un programma per raccogliere i fondi necessari al funzionamento di un museo o di un’associazione culturale. Inoltre non basta avere un’idea forte per essere selezionati tra i vincitori.

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È necessario, sin da subito, porsi le seguenti domande:

  • vogliamo lavorare in modo più efficace come organizzazione?
  • vogliamo sviluppare un progetto a livello internazionale?

Prima di partecipare al bando, è importante avere una strategia di sviluppo dell’organizzazione, perché il programma Europa Creativa può diventare un importante tassello funzionale proprio alla realizzazione di questa strategia. Questo bando, infatti, è un’opportunità per un’organizzazione che desidera essere più ambiziosa.

Ragionate sulla sostenibilità economica del progetto
Prima di iniziare un progetto internazionale è importante riflettere sulla sostenibilità economica dell’iniziativa.
Troppo spesso si trascura che Europa Creativa copre solamente il 50-60% del bilancio di un progetto, il che richiede un contributo da parte dei partecipanti. Questo contributo può derivare da risorse proprie dell’organizzazione, da fondi e sovvenzioni raccolti attraverso altri bandi oppure da azioni di fundraising.
Qualunque opzione si scelga e quale sia la proporzione tra le voci all’interno del progetto, è una decisione che dev’essere fatta a monte.
Inoltre, è bene ricordare che non ci sono regole circa la distribuzione del cofinanziamento all’interno del partenariato: quindi un’organizzazione economicamente forte può contribuire maggiormente; ciò che è importante è avere le idee chiare su “chi fa che cosa” e rispettare l’accordo di partenariato alla perfezione.

Europa Creativa: 2016 pieno di dubbi (e le mie considerazioni)

Che annataccia questa.
Intendo dire, quant’è difficile presentare un progetto per Europa Creativa nel 2016!

Eppure, per una volta mi ero organizzata per tempo: ho le idee chiare, ho un buono progetto, sto lavorando sul partenariato da un po’ e ho definito le scadenze:
E poi cosa succede? Working programme non definitivi, scadenze prorogate e la Brexit che scompagina tutto.

Ok, respiro e verifico tutto.

Scadenza: una risposta e 2 consigli
A luglio c’è stata una gran confusione sulla scadenza della call per i progetti di cooperazione. Il 27 luglio è stato annunciato dall’EACEA un ritardo rispetto alla timetable approvata e un working programme in via di aggiornamento.

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In attesa di ulteriori informazioni, ritengo che sia improbabile che il termine per presentare progetti di cooperazione sia posto prima della fine di ottobre.

NEL FRATTEMPO: possiamo utilizzare la documentazione e i form dell’ultima call, anche se non è detto che saranno uguali a quelli di quest’anno.

PER ESPERIENZA: di solito, siamo contenti quando una scadenza viene prorogata, il mio consiglio è di non abbassare la guardia: il rischio di fare tutto all’ultimo momento aumenta con la percezione di avere più tempo.

Maledetta Brexit.
Col voto del referendum del 23 giugno 2016, il Regno Unito è uscito dall’Unione Europea. Che effetti ha questa decisione sui programmi di finanziamento europei?

UNA BUONA NOVELLA: nell’immediato, il risultato del referendum non comporta modifiche sostanziali per coloro che hanno presentato i progetti con successo, o che sono attualmente in fase di valutazione, o hanno in programma di richiedere un finanziamento Europa creativa nel 2016.

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Fiuuuu, anche il secondo dubbio se n’è volato via!

Il fundraising italiano guarda oltre oceano

Il prossimo 5 maggio, a Roma, sarò docente nel corso “Fundraising con le Fondazioni Internazionali” pensato per chi vuole imparare a cogliere le opportunità per la raccolta fondi anche altro oceano.

Qui propongo un estratto dall’intervista che ho fatto con Anna Spena, giornalista del magazine Vita.

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Qual è l’obiettivo del corso?
Vogliamo volgere lo sguardo verso il mondo dei finanziamenti al di fuori dell’Italia e dell’Europa. In particolare, offriremo gli strumenti per capire come si può accedere ai fondi messi a disposizione dalle fondazioni americane. Lo scorso anno avevo raccolto qualche numero: tra il 2011 e il 2015, le organizzazioni italiane che operano nel settore di intervento “arts and culture” hanno beneficiato di oltre 7 milioni di dollari. Questi soldi, per esempio, sostengono l’attività di fondazioni culturali come Palazzo Strozzi e l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

Perché la raccolta di fondi ha bisogno di una prospettiva internazionale?
Perché il fundraising non si gioca più in una dimensione locale, né nazionale. Occorre guardare a nuovi mercati in cui è possibile fare raccolta fondi, Stati Uniti in primis, ma anche India e Cina e le nuove economie mondiali sono esempi interessanti, che contengono importanti lezioni per chi fa questo mestiere. La difficoltà è fare fundraising in modo accorto e consapevole. Se è vero che le organizzazioni filantropiche e le persone che le animano hanno passioni, desideri, necessità e motivazioni comuni in tutto il mondo, è altrettanto vero che ciò che funziona in una cultura non sempre funziona in un’altra. Ogni contesto ha le proprie regole ed è bene conoscerle.

Vale anche in una cultura piuttosto vicina alla nostra com’è quella americana?
Sì, certo. Anzi, chi lavora con le fondazioni americane deve sviluppare un approccio molto differente da quello europeo: le fondazioni americane considerano il non profit come un braccio operativo e desiderano essere coinvolte, anzi lo pretendono. Infatti, difficilmente si troverà un bando da esaminare o un formulario da scandagliare, ma quello che il fundraiser potrà fare è individuare quelle fondazioni che condividono gli obiettivi e le finalità della propria organizzazione e/o progetto.

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Che caratteristiche ha il partecipante tipo di questo corso?
Oggi il mondo del fundraising richiede al fundraiser di essere professionale e capace di utilizzare abilità specialistiche. Questo è uno dei pochi corsi in Italia che consente ai fundraiser senior di approfondire un mercato della raccolta fondi ancora poco esplorato nel nostro Paese. Chi parteciperà conosce le regole di base della professione, ma sa quanto sia importante acquisire know how specialistico che gli consenta di lavorare anche con le nicchie di mercato.

Che cos’è la fundraising school?
È la prima scuola italiana dedicata unicamente alla formazione sulle tematiche relative alla raccolta fondi etica. La caratteristica distintiva, che personalmente ritengo un grande valore aggiunto, è che l’offerta formativa della scuola affianca al corso base alcuni seminari specialistici per fundraiser e grantseeker che già lavorano in questo campo. Come dicevo, il fundraiser oggi deve essere consapevole che questo settore è cambiato e sta cambiando, che le relazioni personali non sono più sufficienti. Ne consegue che sia i nuovi colleghi che i professionisti senior, per stare al passo con i tempi, devono aggiornarsi con continuità. Quella di lavorare su scala internazionale, per tornare ai contenuti del corso, è un’ulteriore competenza richiesta alla figura del fundraiser, nonché una sfida collegata alla rapida crescita dalla competizione che i nuovi professionisti del fundraising si trovano a vivere.

 

Per chi fosse interessato, ecco il programma del corso

8 buoni motivi per presentare un progetto culturale nel 2016 con Erasmus+ ed Europa per i Cittadini

Bando ricco, mi ci ficco, qualcuno direbbe. E così ci troviamo tutti a rincorrere i bandi Horizon che stanziano – anche per il settore culturale – tanti milioni di euro (il Challenge 6 di Horizon riguarda proprio il  settore del cultural heritage). Ma ci sono bandi che per la loro semplicità e per il loro tematismo sono perfetti per progetti culturali di minori dimensioni.

Erasmus+ è il programma europeo a sostegno dei  settori dell’istruzione, della formazione, dei giovani e dello sport.
Europa per i Cittadini è il principale strumento sulla cittadinanza europea attiva ed è diviso in due strand che possono fare al caso delle organizzazioni culturali: “Memoria europea attiva” e “Impegno democratico e partecipazione civica”.
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8 buoni motivi

Ci sono almeno 8 motivi per cui le organizzazioni culturali dovrebbero prendere in considerazione questi due programmi, soprattutto quest’anno visto sono stati introdotti criteri direttamente rilevanti per il settore artistico e culturale.
  1. I programmi Erasmus+ ed Europa per i Cittadini si rivolgono espressamente anche alle organizzazioni culturali.
  2. Il budget è calcolato sulla base del sistema di finanziamento forfettario fisso per tranche. Il beneficiario non deve fornire la prova del cofinanziamento all’interno della domanda di sovvenzione e non vi è alcuna percentuale di cofinanziamento specifico richiesto, quindi anche le piccole organizzazioni che non possono permettersi il cofinanziamento possono affacciarsi all’Europa.
  3. Erasmus+ ed Europa per i cittadini hanno un ritorno rapido in termini di risultati. In 3 mesi saprete se il vostro progetto è stato approvato.
  4. Il filone di Erasmus+ che riguarda l’educazione degli adulti coinvolge anche gli istituti culturali poiché vengono finanziati i progetti in grado di sviluppare “la dimensione di apprendimento delle organizzazioni non finalizzate principalmente all’educazione (per esempio le organizzazioni culturali)“.
  5. Rispetto ai principali programmi europei, in cui sono richiesti almeno 3 partner, per alcuni filoni all’interno di Erasmus+ ed Europa per i cittadini ne bastano solamente 2.
  6. Lavorate con giovani emarginati? Extra enfasi è data in Erasmus+ Mobilità per sostenere questo focus; verranno, infatti, premiati i progetti di mobilità che coinvolgono rifugiati e richiedenti asilo.
  7. Progetti quali “iniziative artistiche e culturali (spettacoli teatrali, mostre, spettacoli musicali, forum di discussione, etc.) rientrano in Erasmus+ tra le “Iniziative transnazionali per i giovani”.
  8. Siete un’organizzazione culturale che lavora su temi collegati all’identità europea quali  tolleranza e immigrazione? Europa per i cittadini strand “Memoria europea attiva” può fare al caso vostro.
Il calendario
Al lavoro, le scadenze sono prossime:
• 1° marzo  – Europa per i Cittadini Remembrance / Civil Society strands
• 31 marzo  – Erasmus+ adult education strategic partnerships
• 26 aprile  – Erasmus+ youth strands (mobility / strategic partnerships)

Di cosa ha bisogno l’arte contemporanea per crescere, e con essa la cultura del fundraising?

Due filoni, a mio avviso, sono da esplorare.

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Per il fundraising, e non solo, è necessario investire nell’educazione, intesa non come didattica ma come crescita del proprio pubblico.
In Italia quando si parla di educazione del pubblico si pensa a corsi, programmi didattici, ecc. Io, invece, lo interpreto con l’aprire gli istituti culturali, i musei così da coinvolgere più persone possibili, con l’andare a parlare con le comunità affinché diventino i primi ambasciatori dell’arte contemporanea.
In seconda battuta si può pensare ai programmi di membership e alle campagne associative, che in Italia per l’appunto si trovano ancora a uno stadio germinale.
Perché a mio avviso è evidente: solo se si costruiscono relazioni forti con la comunità, questa si trasformerà in un esercito di donatori disposto a difendere la nostra organizzazione culturale.

Il secondo filone su cui investire è quello del rapporto tra l’arte contemporanea e il mondo imprenditoriale, così da sviluppare tutte le potenzialità per diventare proficuo e interessante, anche economicamente.
Penso alla possibilità di organizzare tavoli di progettazione con le imprese, dove ci si siede insieme per co-progettare iniziative d’eccellenza che vadano incontro anche ai loro bisogni. L’Imprenditore deve essere considerato come alleato per creare catene di valore. Anche quando non è un esperto di arte contemporanea!
Molti parlano di introdurre una nuova figura: il mediatore. Io non credo sia sostenibile.
Le organizzazioni culturali, invece, dovrebbero imparare a raccogliere gli spunti provenienti dal mondo delle imprese per diventare anche (non solo, ovviamente) dei fornitori di progetti di valore.
Sarà interessante vedere come funzionerà il portale upaperlacultura.org/ in cui dovrebbero confluire le proposte di soprintendenze, musei, parchi archeologici, teatri per attrarre investimenti in Cultura.

Il futuro, a me pare piuttosto ovvio, è che si debba rendere sistemica e strutturale l’alleanza tra impresa e Cultura. Per il presente, invece, mi parrebbe interessante ascoltare i pareri delle istituzioni, per esempio Confindustria, per capire se da parte loro c’è davvero la voglia di aprire nuovi scenari nel rapporto tra Cultura e Impresa.
Riflessioni esposte alla tavola rotonda “Per una cultura del fundraising”, durante il Forum dell’Arte Contemporanea Italiana organizzato dal museo Pecci di Prato.